Turismo Nazionale

Le Marche nel calice: il territorio svelato attraverso i suoi vitigni

Le valli della regione sono ricche di fecondi vigneti e il modo più piacevole e consigliabile per approfondire la conoscenza delle Marche può avvenire attraverso il vino. 

Le Marche sono ancora poco frequentate dal turismo di massa, a parte la zona costiera. Perciò è possibile scoprire con tranquillità, a ritmi slow, le meraviglie custodite nel territorio. Dalle catene montuose alle spiagge di sabbia e alle scogliere a picco sul mare, le dolci colline dove si nascondono borghi suggestivi e piacevoli percorsi enogastronomici: mille sono i luoghi da scoprire in questa magica regione. Le valli delle Marche sono state definite “i denti di un pettine”. Infatti, se si osserva una carta geografica della regione, si nota con facilità che i
corsi d’acqua nascono dalla catena appenninica e scendono direttamente verso il Mare Adriatico, correndo quasi paralleli fra loro, offrendo appunto l’immagine dei denti di un pettine. Queste valli sono ricche di fecondi vigneti e il modo più piacevole e consigliabile per approfondire la conoscenza delle Marche può avvenire attraverso il vino. Storia, cultura, tradizioni, sapori, atmosfere del bicchiere che racchiude e custodisce uno scrigno di sensazioni e suggestioni, che parla al cuore di chi sa gustare i prodotti della terra: il vino riesce a tramandare quanto di antico c’è nella modernità. La vitivinicoltura marchigiana ha saputo crescere ed evolversi, rinnovandosi, senza mai tradire le sue origini. I vini marchigiani sono composti da cinque grandi uvaggi: il Verdicchio, il Pecorino, la Passerina, il Sangiovese e il Montepulciano.
Il vitigno che esprime maggiormente le potenzialità del territorio è senza dubbio il Verdicchio. Gli enologi più esperti ritengono che esso abbia il potenziale per essere considerato il più grande vitigno autoctono d’Italia. Questa affermazione può sorprendere coloro che hanno provato solo i Verdicchi più giovani, a volte imbottigliati in attraenti bottiglie a forma di anfora.
Fino a due o tre decenni fa la qualità non era elevata. Da allora i vini sono migliorati notevolmente, mantenendo un buon rapporto qualità – prezzo.
Il Verdicchio prende il nome dal suo colore. Infatti, le bacche mature hanno una sfumatura verde molto evidente. Le giovani annate sono altamente acide, con una sfumatura verde ben visibile nel bicchiere. Dopo circa un decennio, i sapori cambiano ma il colore rimane coerente. Il vino giovane ha sentori di mandorla amara in bocca con un accenno di sapidità.
L’uva Verdicchio è coltivata nell’Italia centrale almeno dal XV secolo, anche se alcuni ritengono che fosse coltivata tra Jesi e Matelica fin dall’VIII secolo. Si deve comunque ai monaci, Benedettini prima e Camaldolesi poi, la reintroduzione della viticoltura nelle Marche.
La DOC del Verdicchio ha già compiuto 50 anni, mentre dal 2010 vi sono le due DOCG del Verdicchio, quello dei Castelli di Jesi e quello di Matelica. Il nome del primo deriva non proprio da castelli, ma da borghi fortificati di origine medioevale. Quello coltivato nella zona di Matelica, nella valle del fiume Esino, l’unico della regione che corre da nord a sud, è meno noto, ma non certo di qualità inferiore.
Il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico è prodotto nelle province di Macerata e di Ancona ed è ottenuto dalle uve raccolte nella zona originaria più antica. Con almeno l’85 % di uve Verdicchio si producono anche ottimi spumanti metodo classico o charmat.
Il Verdicchio Castelli di Jesi Riserva richiede un invecchiamento minimo di 18 mesi, di cui almeno 6 in bottiglia, a decorrere dal 1º dicembre dell’anno di vendemmia.
Le potenzialità del vitigno rendono possibile l’invecchiamento del vino, ma non tutti sono d:accordo. È certamente un pregiudizio da sfatare e occorre ribaltare l’idea diffusa, ma in realtà infondata, sulle scarse potenzialità di questo prodotto, recuperando la considerazione di un uvaggio troppo a lungo sottovalutato. Nell’immaginario collettivo, seppure apprezzato e ampiamente consumato, il Verdicchio non è mai stato associato all’invecchiamento: le annate più lontane non sono seduttive come quelle recenti, ma il tempo dà loro ragione. Con lentezza emerge una personalità legata al territorio, esprimendo le note di mineralità del terroir, composto da sabbia e argilla.
I produttori di Verdicchio, soprattutto le giovani generazioni che hanno preso in mano le redini delle proprie aziende, spesso certificate biologiche, sono riusciti nell’intento di stimolare la curiosità degli intenditori, lavorando molto in vigna e selezionando i cloni, oltre che migliorando le tecniche di vinificazione e di affinamento. I vini che scaturiscono da questo lavoro sono riconoscibili soprattutto al naso, sanno invecchiare e maturano molto bene. mostrando caratteristiche di complessità, armonia, persistenza.
Perciò è possibile oggi degustare e apprezzare bottiglie di Verdicchio risalenti al 2010, al 2007, al 1992 e addirittura al 1988, che mantengono carattere, potenza e sapidità.
Per fortuna le Marche negli ultimi anni si stanno riappropriando del binomio vino-paesaggio per comunicare meglio il territorio. E il Verdicchio, con la sua eleganza, è certamente il miglior ambasciatore.

di Nicoletta Curradi

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