Approfondimento

Un Ministero dell’alimentazione con immediata attivazione di politiche di cooperazione internazionale

Durante i lavori del G7 dedicato all’agricoltura svoltosi a Bergamo, Carlin Petrini lancia un messaggio preciso e chiaro sul futuro prossimo dell’agricoltura.

L’agricoltura ha e avrà un ruolo decisivo sul futuro della nostra umanità, sulla sua capacità di affrontare le sfide degli anni a venire e di garantire una vita degna o meno a tutti i suoi membri, sulla possibilità di vivere in armonia con l’ambiente o di distruggere la sua casa comune.
Voglio incominciare identificando quella che a mio avviso sarà una delle tendenze principali del futuro che ci attende: lo spostamento progressivo, già in atto da anni per la verità, di grandi masse di persone dalle campagne verso le città. Un inurbamento che interessa tutte le aree del mondo e che ha come protagonisti soprattutto i giovani, che sempre più difficilmente concepiscono il proprio progetto di vita in campagna. Questo rappresenta un grande problema, sia dal punto di vista della produzione agricola che da quello della sostenibilità sociale delle aree urbane, dove il pericolo è la creazione di veri e propri deserti alimentari che rischiano di trasformarsi in ghetti.

Le principali cause di questo fenomeno sono sostanzialmente due:

1/ Negli ultimi anni il cibo ha perso valore e la gratificazione economica di chi lavora in campagna si sta riducendo al lumicino, non consentendo di fare dell’attività agricola un mestiere appetibile e socialmente riconosciuto;

2 / La qualità della vita nelle aree rurali non è più consona alle attese e alle prospettive dei giovani del XXI secolo, cresciuti in un contesto globalizzato, in connessione con il mondo, con aperture e prospettive di ampio respiro.

Per affrontare compiutamente questi due fattori e invertire la tendenza, occorre pensare a un intenso lavoro di costruzione di una nuova ruralità che da un lato rispetti le peculiarità di ciascun contesto territoriale e dall’altro che sia in linea con una modernità che non si può e non si deve né arrestare né tantomeno rifiutare, semmai provare a governare.
Ecco allora che diventa necessario concepire risposte internazionali e trasversali, anche in considerazione del fatto che negli ultimi anni stiamo assistendo alla progressiva e apparentemente inarrestabile concentrazione di potere nella filiera alimentare, sempre più diffusamente appannaggio di pochissimi soggetti transnazionali capaci molto spesso di aggirare anche gli interventi dei singoli governi. Le nuove politiche alimentari (termine che preferisco rispetto a politiche agricole) devono dunque armonizzarsi ed essere pensate in un’ottica di rete per poter supportare quelle economie locali che davanti a questi potentati rischiano di essere fragili e senza strumenti. I tempi, tra l’altro, sono maturi per chiedere con forza ai governi qui rappresentati di riconoscere la piena dignità politica alla questione alimentare, creando di conseguenza uno specifico ministero dell’alimentazione in grado di farsi carico della complessità di questa tematica. Oggi già 5 dei paesi rappresentati al G7 hanno la parola “alimentazione” a fianco di “agricoltura” nel titolo vostro del Ministero di competenza (e solo nel caso tedesco l’alimentazione precede l’agricoltura), ma sarebbe il caso di portare la tematica a una nuova e più evidente centralità, non come mera appendice di un’attività produttiva. Parlare di cibo, infatti, non può ridursi nell’ambito della produzione, al contrario ha ripercussioni e attinenze con l’economia, la sanità, la cultura, l’educazione. I confini entro cui si estrinseca la competenza dei vostri ministeri non consentono di avere gli strumenti necessari per un’azione complessiva e trasversale quale il cibo richiede, e nello stesso tempo è certamente dall’agricoltura che può e deve partire questo nuovo paradigma amministrativo.

È indubbio, infatti, che sia la politica a fare la differenza. Se questa ritiene che la vera ricchezza risieda anche nella moltitudine di realtà di piccola e media scala che, come afferma la stessa FAO nei suoi rapporti più recenti, garantiscono la sicurezza alimentare in buona parte del mondo, allora l’obiettivo deve essere quello di decolonizzare il nostro pensiero e concepire queste esperienze non come forme obsolete di fare agricoltura, semmai come un modello alternativo di modernità che ha al centro il rispetto dell’ambiente, la dignità delle comunità, un futuro degno per tutti.
La concentrazione e la massificazione della produzione alimentare, infatti, favoriscono la trasformazione del cibo in commodity globale, deterritorializzata, producendo danni ambientali considerevoli e creando situazioni di dumping nei confronti delle produzioni locali. In questo modo si distruggono le opportunità dei giovani di avere un ruolo attivo e soddisfacente a casa propria. Se questo è vero in ogni parte del mondo, compresi i paesi che voi rappresentate qui, queste criticità si amplificano e assumono proporzioni drammatiche proprio in quelle aree del pianeta in cui ancora si fa i conti con la malnutrizione e la fame (il numero di persone interessate da questi problemi è poco inferiore agli 815 milioni secondo i dati FAO). È evidente allora che qualsiasi politica governativa di aiuto e di sostegno allo sviluppo non possa ignorare questa situazione di partenza. Diversamente qualunque azione, per incisiva che possa apparire, avrà poco più che l’effetto di un turacciolo per tappare la falla di una nave.
Ridare valore al cibo si può ed è un obiettivo nobile che consente a chi produce bene di vivere bene.
La garanzia di essere parte di una rete mondiale e di poter utilizzare i nuovi strumenti tecnologici al servizio di una buona agricoltura, infatti, fa delle piccole e medie comunità locali non un residuato archeologico che guarda a un passato glorioso mai esistito, piuttosto un nuovo paradigma vincente di sviluppo locale, connesso con il mondo, socialmente attivo, economicamente remunerativo. Il mio auspicio è che la politica, qui rappresentata ai suoi più alti livelli, tuteli e difenda questa moltitudine di realtà territoriali e che lo faccia con un approccio allargato, che non si limiti a un singolo Paese ma che sappia promuovere una nuova logica di fraterna collaborazione e cooperazione internazionale alternativa a un sistema globale che le uccide.
Il concetto di libero scambio in senso classico, che si concretizza nei grandi trattati internazionali, spesso non è adeguato a considerare la fragilità.

di Carlin Petrini – Fondatore Slow Food

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