Approfondimento

La terra fa buon sangue. Intervista a Marcello Masi

Il giornalista Marcello Masi è conosciuto dal pubblico come volto RAI sia in veste di direttore del TG2 che di conduttore dei programmi televisivi “Linea Verde Sabato” e “Signori del vino” che raccontano l’agroalimentare italiano. Dietro la sua immagine autorevole si cela un uomo che ha un profondo legame con la terra e un forte desiderio di riconnettersi ai tempi dettati dalla natura.

Buongiorno Direttore, qual è l’idea che si è fatto del mondo agroalimentare italiano?
Abbiamo un giacimento che sfruttiamo al dieci percento. L’Italia, da questo punto di vista, è unica nel panorama mondiale perché unisce una serie di eccellenze […] il clima, le bellezze naturali […]. Un autentico e straordinario patrimonio culturale che ci rende inimitabili. Questo è un Paese effettivamente straordinario e che sfruttiamo ancora in maniera insufficiente dal punto di vista economico […] dobbiamo lavorare molto di più, sia politicamente che infrastrutturalmente.


L’Italia ha una ricchezza di tipicità molto copiosa, ma anche moltissime certificazioni di qualità, di marchi europei, tracciabilità. Non è forse un po’ ossessivo il bisogno di manifestare, testimoniare e provare l’aspetto qualitativo?

Credo di no. Io sono di quelli che vede dove funzionano le cose. Io vedo che i Francesi, tramite la loro certificazione in difesa dei marchi, hanno tutelato, per esempio, lo Champagne, addirittura il metodo […]. La ricchezza del territorio dello Champagne è una ricchezza evidente per chi c’è stato; è un’intera regione che vive di vino e ora anche di turismo, proprio perché è unico. Lì devi andare se vuoi conoscere quel tipo di prodotto.
Noi di prodotti ne abbiamo tantissimi ma non riusciamo a valorizzarli. […] Una tutela sulla carta conta ben poco nel momento in cui noi abbiamo circa sessanta miliardi di prodotti imitati e venduti nel mondo con nomi ridicoli che purtroppo sottraggono economia al nostro Paese. Conta avere una certificazione che effettivamente sia tutelata. In questo l’Europa ha mancato la sua tutela verso i nostri prodotti, visto che in qualsiasi supermercato del mondo da New York a Caracas a Città del Messico ci sono bandiere italiane, nomi stropicciati italiani che vendono qualunque prodotto simil italiano […]. Io sono per una tutela efficace e per salvaguardare la nostra economia che viene ferita ogni anno con delle perdite che sono davvero immense. Quando parliamo di miliardi di dollari, o di euro, uno si rende conto che sono beni sottratti alla nostra occupazione, non solo al nostro PIL, ma anche in termini di lavoro e quant’altro. Magari, qualche tutela inutile in meno ma qualche tutela forte in più.

Oggi sui banchi dei mercati troviamo prodotti provenienti da tutto il mondo; ma con il turismo agroalimentare, sappiamo bene che non sono i prodotti a spostarsi ma le persone. Però, fino a qualche decennio fa si scappava dalle campagne, oggi sono destinazioni di vacanza. Non le sembrano elementi un po’ contraddittori?
No. Trovo che sia stato un errore abbandonare le campagne. Durante gli anni ’60 c’è stato lo spopolamento di queste zone, ma è stato un errore immaginare che in città ci fossero delle risposte di felicità, non è così. Chi vive in città sa benissimo che per una serie di comodità si rinuncia a tante altre cose.
Probabilmente, in un mondo globalizzato sempre più immediato e pieno di stimoli, avere un luogo dove ci sono dei ritmi naturali, dove ci si veglia magari con il canto del gallo e si vuol fare una passeggiata nell’aria pulita… ci sono tutti i presupposti per andare in campagna […]. Questa esigenza di avere altri ritmi, di avere un altro approccio con la vita credo siano diventate, in questo momento, molto importanti.

Lei Direttore è anche co-conduttore di “Linea verde sabato”, un programma narrativamente completo che tiene conto delle varie fasi del mondo agricolo. C’è però una tendenza diffusa a raccontare, da parte dei comunicatori, un solo aspetto legato al mondo dell’agroalimentare e solitamente è quello enogastronomico, principalmente sensoriale. Non crede che sacrificando gli altri aspetti si rischia di presentare una verità solo parziale?
Sono d’accordissimo, tanto è vero che lo chef credo che sia stato un’epidemia […] ma non racconta quello che c’è dietro un piatto che invece a me interessa molto di più, cioè il prodotto. Dietro il prodotto c’è una filiera di fatiche, di sudore che deve essere raccontata ma soprattutto deve essere spiegata per capire, perché se parlo di un latte di bufala, quel latte di bufala è un latte unico se è prodotto in certe condizioni, in un allevamento di un certo tipo, con del foraggio certificato. Se devo parlare di una mozzarella di bufala e voglio andare a scoprire e a cercare di spiegare perché quella mozzarella di bufala è fatta nel basso Lazio, in Campania piuttosto che in un’altra regione. Non credo che vederla in un piatto tagliata ormai attiri più di tanto l’attenzione; credo che sia quella degli chef, dei piatti più o meno colorati, una moda che naturalmente colpisce e continuerà a fare audience e share. Noi siamo servizio pubblico, abbiamo il dovere di raccontare anche altro, soprattutto come quel prodotto nasce, perché quel prodotto è unico, perché quel prodotto può essere definito un’eccellenza. C’è un’altra filosofia alla base del nostro programma che non solo sposo, ed essendo pure autore, cerco di portare avanti.


Come è cambiato il modo di comunicare l’agroalimentare con l’arrivo dei new media? Nelle narrazioni dei comunicatori quanta retorica c’è oggi?

I giornalisti sono dei lavoratori della parola; comunicano, in teoria, quello che fanno gli altri e cercano di raccontarlo bene […]. Il buon giornalismo è quello che riesce, con un racconto rigoroso, corretto, senza falsità, senza fake, ad emozionarti e a darti una curiosità da dover scoprire poi per conto tuo, ti dà uno stimolo per informarti. La retorica fa parte del gioco […] è umano, non mi preoccupo di questo. Mi preoccupo di più che molti colleghi non siano preparati, non fanno nulla per approfondire la materia che devono raccontare. Quello mi preoccupa di più, perché l’idea che in un mondo così superficiale che sembra che tutto quello che riguarda lo studio, l’applicazione sia stato oramai definito inutile. Io, invece, sono convinto che sia ancora più importante oggi essere preparati quando si racconta qualcosa.


Riprendendo una sua intervista, di qualche anno fa, a Carlo Petrini lei ha detto “Dalla terra arriva una sorta di riequilibrio sociale […] i contadini […] ho notato che sono felici”. C’è una connessione tra la felicità e la terra?

Non c’è dubbio. Più giro l’Italia e il mondo agricolo e più trovo persone che, rispetto a quelle che si incontrano nelle città, hanno una luce diversa negli occhi, un equilibrio che oggi rischiamo di perdere in città, di perdere con i ritmi quotidiani. La terra è utilizzata come attività di recupero per malati […] perché è qualcosa che ti tiene a contatto con la realtà, è una cura all’alienazione […]. La terra, quello che dai ti restituisce con gli interessi. In questo senso la terra non tradisce, anche se poi ti può far male una grandinata che ti rovina il raccolto all’ultimo momento, ma sono regole che uno accetta, sono regole che valgono per tutti. C’è una giustizia di fondo divina sulla terra, c’è un rapporto quasi scientifico tra il dare e ricevere. Sono tante cose che nel nostro vivere quotidiano abbiamo perso di vista. Davvero, chi torna alla terra, secondo me, sa di avere delle risposte […]. La terra è faticosa perché come dice sempre Carlin (alias Carlo Petrini ndr) «La terra è bassa». E’ un’umiltà nobile questo piegarsi verso la terra, da lì veniamo e lì torneremo. Insomma, c’è tutto secondo me, non c’è bisogno di nient’altro per essere felici. Più di una volta ho immaginato una vita da contadino […] e con vent’anni di meno, con la saggezza di oggi, è una scelta che avrei fatto.

Di Alice Lupi

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