Approfondimento

Il Made in Italy agroalimentare, la parola al Ministro Gian Marco Centinaio

Il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari, Forestali e del Turismo traccia le linee programmatiche del suo Dicastero

L’export rappresenta una voce fondamentale: nel 2017 si sono registrati 41 miliardi di euro di vendite all’estero. A livello occupazionale parliamo di oltre 800mila lavoratori solo nel settore primario. In agricoltura si contano oltre 70mila aziende condotte da under 40. Per promuovere e valorizzare il Made in Italy, si intende lavorare su un approccio sistemico, che enfatizzi i punti di forza dell’agroalimentare italiano: ricchezza di biodiversità, tradizione enogastronomica, patrimonio paesaggistico e culturale, capacità di innovare e di produrre cibi e vini unici al mondo. Questa è l’Italia. Questa eccellenza nasce dal cuore agricolo del nostro Paese e questo cuore noi vogliamo proteggere fino in fondo. Per questo l’azione si concentrerà su alcune linee strategiche da mettere in campo fin da subito per tutelare meglio il reddito di agricoltori, allevatori e pescatori italiani.

Lavorare sul marketing territoriale come chiave di sviluppo sostenibile
Abbiamo alcune delle migliori produzioni al mondo, rispettiamo disciplinari rigorosi, i nostri territori, lo sapete come me, sono tra i più curati in Europa, ma tutto questo da solo non basta. Le nostre aziende hanno bisogno di un Ministero che sappia accompagnare quelle azioni “orizzontali” dove c’è bisogno di fare sistema. Parlo di marketing territoriale. Intendo scelte che possano togliere il freno alla crescita dei nostri territori dal punto di vista produttivo, occupazionale, turistico. Queste tre chiavi devono correre insieme. Presentare al mondo il patrimonio nazionale attraverso l’abbinamento di agricoltura e turismo è strategico per dare ai giovani una speranza in questo settore. I margini economici sulla produzione, infatti, sono sempre più ridotti, anche a causa della competizione internazionale. Serve quindi puntare sulla multifunzionalità, su più elementi di diversificazione delle fonti integrative di reddito delle aziende agricole.
Per potenziare questo aspetto abbiamo voluto con forza legare le competenze del Ministero delle politiche agricole a quelle del Turismo. Concretamente siamo già al lavoro anche per lo sviluppo degli strumenti di progettazione territoriale, come i distretti del cibo. Un decreto li renderà operativi e creerà anche il primo Registro nazionale dei Distretti del cibo riconosciuti dalle Regioni. Puntiamo a dare sostegno a chi aggrega e costruisce progetti di investimento che vedano uniti Istituzioni locali e soggetti privati nel rilancio delle nostre aree agricole.

Rafforzare le politiche di filiera e l’integrazione tra agricoltura e trasformazione
Dire “prodotto in Italia” non basta. Per noi è prioritario riuscire a garantire rapporti migliori tra produttori agricoli e trasformatori, favorendo un aumento dell’utilizzo di materie prime nazionali da parte di questi ultimi. In quest’ottica vogliamo lavorare con strumenti che possano agevolare rapporti più forti, come i contratti di filiera e il sostegno ad alcune aree produttive che attraversano fasi difficili dal latte, al riso, alla carne, fino al pomodoro, agli agrumi e al grano. Non tralasceremo le filiere minori e un settore dove l’Italia svolge un ruolo da protagonista come il florovivaismo. Lavoreremo con il coinvolgimento delle Regioni e con la convocazione di tavoli di filiera che affrontino le questioni non davanti alle emergenze, ma con un approccio nuovo di programmazione. Vogliamo impostare, ad esempio, il lavoro per la prossima legge di bilancio già nelle prossime settimane con riunioni ad hoc con il mondo produttivo. Si prosegue anche nell’impegno relativo al riconoscimento delle Organizzazioni interprofessionali e sulle organizzazioni di produttori, strumenti necessari per favorire l’aggregazione dei produttori agricoli. Piccolo è bello solo se si riesce poi ad essere uniti nella commercializzazione. Su questo c’è un grandissimo lavoro da fare, soprattutto nel Mezzogiorno, troppo spesso penalizzato proprio dall’eccessiva frammentazione dell’offerta.

Garantire un percorso trasparente di formazione dei prezzi e di tracciabilità dei prodotti
C’è un nodo sempre più evidente legato alla remunerazione del lavoro dei produttori agricoli. Sappiamo tutti che il prezzo pagato all’agricoltore spesso è dieci o venti volte più basso di quello pagato dai consumatori. Su questo intendiamo lavorare per accorciare la filiera, far rispettare le norme contro le pratiche commerciali sleali, ridurre i tempi dei pagamenti. Si annida qui un forte rischio anche dal punto di vista dell’occupazione, per il tentativo di chi, volendo contenere i costi, finisce per scaricare sui lavoratori la mancanza di marginalità. Sotto questo profilo il Ministero ha avviato una complessa attività sulla formazione trasparente di prezzi indicativi in alcuni settori attraverso lo strumento delle Commissioni uniche nazionali (CUN). In particolare per il settore suinicolo e cunicolo sono state già rese operative le Cun, mentre sono in corso i lavori su grano duro e uova. Allo stesso modo dobbiamo chiamare in partita il consumatore attraverso etichette trasparenti e un lavoro serio sulla tracciabilità. Come scritto nel Programma di governo, è prioritario, a tutela del Made in Italy, adottare un sistema di etichettatura corretto e trasparente che garantisca una migliore tutela dei consumatori. Il regolamento europeo n. 775 del 2018, approvato con il precedente Governo, non ci aiuta. L’indicazione dell’origine della materia prima in etichetta, anche quando quella materia prima è un “ingrediente primario”, è relegata alla mera provenienza UE: troppo poco per rassicurare il consumatore e garantire efficienti controlli. Per questo faremo ogni sforzo, anche a livello nazionale, per correggere questa impostazione.
Non condividiamo l’idea dell’etichetta nutrizionale cosiddetta “a semaforo”, che riteniamo potenzialmente ingannevole e fuorviante. Proporremo invece un sistema identificativo a icona “a batteria”, che consenta di visualizzare le componenti nutrizionali quali calorie, grassi, zuccheri e sale.

Difendere la ricchezza e la varietà delle produzioni italiane a denominazione d’origine dalla concorrenza sleale estera e dalla contraffazione
Sono circa 900 le indicazioni geografiche protette italiane relative a cibi e vini. Nessun altro Paese al mondo può vantare un patrimonio simile. Si tratta di un valore non solo commerciale, ma identitario, culturale. Dobbiamo fare i conti anche con la necessità di ampliare la capacità dei prodotti Dop e Igp di guardare al mercato, di conquistare nuovi spazi, tenuto conto che nel cibo i primi 10 prodotti rappresentano ancora oltre l’80% del fatturato complessivo. Per conseguire questo obiettivo è necessario investire decisamente nella promozione in Italia e all’estero. A livello nazionale si intende garantire uno spazio adeguato a questi prodotti nelle principali fiere di settore e una visibilità importante con campagne di comunicazione e promozione, anche attraverso rapporti consolidati con la Rai. Sul fronte estero non c’è dubbio che si debba migliorare nel vendere l’Italia in tutte le sue sfaccettature. Fino a oggi siamo andati fuori troppo divisi, lasciando ad altri Paesi limitrofi e ad altri competitor spazi enormi.

Potenziare il settore del biologico e della sostenibilità ambientale
La sostenibilità ambientale è ormai una premessa necessaria in qualsiasi settore. Nel comparto primario a maggior ragione serve un’attenzione particolare al tema ambientale, proprio perché parliamo dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole. Non sorprendono quindi i dati di crescita del settore biologico nazionale: 1,8 milioni di ettari coltivati, 80mila operatori coinvolti e una crescita dei consumi del 20%. Numeri strepitosi, ma che si possono ancora consolidare. Penso alla necessità di rafforzare il Piano strategico nazionale sul biologico, all’avvio delle mense biologiche certificate nelle nostre scuole, a un’attenta attuazione delle nuove regole europee che non deve abbassare la guardia contro frodi soprattutto con produzione straniera che arriva da noi e diventa italiana.

Puntare sulle agroenergie come fonte di integrazione al reddito delle imprese agricole
La produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, comprese quelle agricole derivanti dalla valorizzazione delle biomasse e del biogas (le cosiddette agroenergie), è incentivata dal 2008 con delle tariffe ad hoc, differenziate per tipologia e corrisposte dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE). Il livello e le modalità di incentivo sono stati stabiliti da una serie di normative che si sono susseguite negli anni, fino all’ultimo decreto emanato il 23 giugno 2016 e il cui ambito di validità è terminato il 31 dicembre 2017. È necessario ora pianificare l’intervento fino al 2020 di concerto con il Ministero dello Sviluppo economico. A seguito delle interlocuzioni che gli Uffici del Ministero hanno avuto nei mesi scorsi con le Organizzazioni agricole si ritiene necessario proseguire secondo una linea di sviluppo delle agro-energie, sfruttando il potenziale di valorizzazione degli scarti e residui delle produzioni agricole e della gestione forestale sostenibile. 

a cura di Roberto Rabachino con Ufficio Stampa Mipaaf

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