Turismo Internazionale

Grecia, isola di Creta

Il fascino di Creta rimane custodito lontano dai divertimenti chiassosi di questa zona, nascosto ancora nei dettagli quotidiani della vita greca di provincia.

Se davvero, dice lo storico Fernand Braudel, il Mediterraneo va dal primo ulivo alla prima palma (da nord a sud), a Creta siamo già in un altro mare. E in un altro continente. Il sottile confine meridionale è un’ignara striscia di sabbia, sulla punta nordorientale dell’isola: Vai. E’ il palmeto che si è spinto più in alto nella rete convenzionale dei meridiani: il sogno esotico degli europei più conservatori. Vai è l’ultima spiaggia, più giù è già Africa. Così Monì Préveli, sulla costa occidentale: lido di difficile imitazione. Qui le palme scortano un torrente fino al mare. Si può stare sul bagnasciuga o risalire il ruscello, arrampicandosi poi sui massi e cascate. Gola profonda anche a ovest, a Samarià, dove si può discendere la forza dall’origine, in montagna, fino alla spiaggia: qualche ora di sana marcia e una levataccia per i più pigri. L’avventura inizia con la xiloskala, la “scala di legno” che s’inabissa in una vegetazione alpina fatta di pini e fiori selvatici, dove solo le onnipresenti chiesette ortodosse in calce bianca tradiscono la natura mediterranea del luogo. Fino al punto più stretto, le Sideroportes, le “porte di ferro”, dove basta allargare le braccia per toccare le pareti del canyon. In alto, oltre cinquecento metri, la striscia indaco del cielo greco d’estate è il tetto della gola. Nei punti più impervi delle pareti di roccia si muove, in perfetto, difficile equilibrio, la cri-cri, la capra cretese.
Ancora a occidente, Elafonissos: e qui sembra di essere in Sardegna. Un promontorio di sabbia rosa allungato sul mare che richiede una tortuosa strada (alla fine sterrata) di avvicinamento, ma soddisfa le attese. Sulla perpendicolare, nella punta nord, Falàssarna. Una spiaggia dritta e lunghissima, davanti un mare trasparente. Mitica. Pare infatti che una volta fosse un’isola e venisse calpestata dal passo pesante e indifferente di Polifemo, il gigante cattivo dell’Odissea. Lo afferma Tim Severin, accademico e esploratore inglese che si è imbarcato su un’antica galera e con rigoroso metodo scientifico ha ripercorso il viaggio raccontato da Omero. Dall’altra parte di Creta, verso est è Aghios Nikòlaos, c’è Istro: una mezzaluna di sabbia troppo affollata di turisti, ma davvero irresistibile. Ancora due occasioni di mare sulla costa meridionale: Aghio Pàvlos, tra le più appartate, da conquistare con tante curve in macchina e una discesa libera a piedi in una scarpata di sabbia che deposita direttamente davanti al mare (la fatica vera è la risalita). A Màtala, con le caverne dove rimbalza ancora l’eco della musica hippy, che suonava quando le antiche tombe, scavate nella costa a falesia, erano il rifugio spensierato dei figli dei fiori.
Le escursioni a Creta sono interne: a Anòghia, alle spalle della costa settentrionale, dove d’inverno si scia e d’estate arrivano pochi turisti, in cerca di prodotti dell’artigianato di qualità (soprattutto tappeti, cuscini, coperte, borse tessute di vivaci colori a mano); a Zaròs, nell’entroterra del litorale sud, dove gli ulivi cedono improvvisamente il passo ai castagni, le triglie di scoglio alle trote e il mare alla montagna. All’altopiano di Lassìthi, disseminato di mulini a vento come un polder olandese o la Mancha di Spagna: antica e moderna centrale eolica che alimenta un’agricoltura minimalista di olive, patate, fichi, mele e pere.
Oppure sono viaggi interiori a Cnosso, Festo, Kàto Zàkros, Arkadi, tra le rovine di una civiltà lontana anni luce e bellissima. Basta entrare nel museo di Iraklion (dove sono conservati molti reperti originali dei siti archeologici), che come tutta la città ruota intorno a platìa Eleftherìas, per immaginare come doveva essere bello vivere a Creta tra il 3400 e il 1200 avanti Cristo. In una società che non difende le città con mura di cinta, perché non pensa alla guerra, ma è tutta dedita alla coltivazione dell’arte e della bellezza: e tra l’arte scolpita nel granito degli Egiziani e l’arte del marmo dei Greci preferisce quella degli affreschi e del gesso finemente lavorato. Un trionfo di piante e animali dipinto sui muri che sembra illustrare la natura lussureggiante dell’Africa nera anziché quella di un’isola mediterranea: scimmie azzurre che colgono crochi di un rosa mai visto, pesci alati, tori con zanne di cinghiale, ali di farfalle che diventano corna di cervi e giaggioli che finiscono come fiori di papiro. Una flora e una fauna fantastiche che fanno da sfondo a uomini e donne dai corpi seminudi e allenati: l’incomponibile contrasto tra la gioia delle danzatrici a seno nudo, davanti al pubblico seduto sotto gli ulivi blu degli affreschi di Cnosso, e i corpi trascurati dei turisti moderni, esposti sulle spiagge.
Per ritrovare un po’ di poesia bisogna salire sul bastione di Martinengo, che chiude a sud la cinta muraria di Iràklion, spessa anche 15 metri, costruita da Venezia; dove le coppiette si appartano davanti al tramonto e ai versi di Nikos Kazantzakis, incisi sulla tomba: “Non credo in niente. Non spero in niente. Io sono libero”. Se l’archeologia ha riparato al museo di Iraklion, in loco sono rimasti qualche originale e tante copie. Suggestioni, soprattutto: a Festo più che a Cnosso. Festo ha due vantaggi: un terremoto in meno sulle spalle (quello catastrofico del 1570 avanti Cristo) e una posizione davvero invidiabile, con la vista che arriva fino alla cima nuvolosa del monte Ida e alla valle di Massarà. Un balcone inimitabile, soprattutto in primavera quando sboccia in un prato di anemoni violetti, rossi e bianchi, margherite gialle, giacinti e asfodeli. Il respiro del passato si avverte anche a Réthimnon, sulla costa settentrionale, dove i volumi imponenti delle opere di difesa veneziane sopravvivono accanto alle silhouette snelle di minareti turchi (suggestivo il centro storico della città). E’ una delle poche pause concesse dalla speculazione edilizia del turismo di massa, che ha colonizzato il litorale settentrionale, da Hanià a Aghios Nikòlaos, passando da Iraklion. Il fascino di Creta rimane custodito lontano dai divertimenti chiassosi di questa zona, nascosto ancora nei dettagli quotidiani della vita greca di provincia. Ha scritto bene Mario Praz in “Viaggio in Grecia”: “…. mi piacerà sempre ricordarmi dell’insegna del Kapheneìon to Kanarini, il Caffè dei Canarini. Il nome degli uccelli figurava in giallo e sospese alla tettoia erano una mezza dozzina di gabbie di canarini. Il loro canto trillava per tutto il vecchio porto e l’acqua era più azzurra per quella nota di giallo”.

Testo e foto di Jimmy Pessina

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