Turismo Nazionale

A Pianello Val Tidone alla scoperta delle Grotte di Rocca d’Olgisio

Tra i dolci colli piacentini testimonianze antiche, splendidi vigneti e una tipica gastronomia.

Otto milioni d’anni fa c’era il mare. Poi attraverso i millenni lentamente le acque si sono andate ritirando scoprendo lentamente una terra di vera bellezza fatta di colli alti e dirupanti ma anche di alture più dolci alternate da brevi e sinuose vallate divenute successivamente oggetto di un laborioso lavoro dell’uomo.

Oggi questi dolci colli piacentini, che hanno come loro centro la deliziosa cittadina di Pianello Val Tidone, si presentano in affascinanti paesaggi con zone boscose e cime su cui svettano antichi campanili alternate da grandi distese di grano e curatissimi vigneti che regalano al territorio ottimi vini. Il Gutturnio in particolare è il vino tipico del territorio piacentino, ma altri notissimi sono l’Ortrugo, il Cabernet, la Malvasia.

E tali vini Doc ben si accostano sulle tavole alle prelibatezze dei prodotti genuini, quali salumi, formaggi, carni pregiate, frutto degli allevamenti locali. E ancora il famoso gnocco fritto e i tipici pisarei e fasò.

Proprio lungo i fianchi di queste colline fin dai tempi preistorici l’uomo ha trovato spazi dove insediarsi. Per quelle terre considerate poi vie di comunicazione sono passati i Galli, gli Etruschi, i Romani fino a giungere al Medio Evo, ove il territorio ha assunto anche importanza strategica come dimostra il maestoso Castello di Olgisio. Incastonato sulla omonima rocca, e spesso al centro di guerre e contese e testimone di epiche gesta e suggestive leggende, domina la Val Tidone e la Val Chiarone e le sue possenti mura poggiano probabilmente su un antichissimo luogo di culto.

Lungo le pareti scoscese e rocciose della Rocca d’Olgisio, nascoste da una folta, intricata e lussureggiante vegetazione, un appassionato ricercatore del territorio, Antonio Zucconi, ha rinvenuto a partire dagli Anni Novanta alcune grotte che hanno conservato testimonianze dell’uomo preistorico. Ci sono sequenze di ripidi gradini, fori per palificazione, camminamenti, cocci di terracotta o di ceramica, pietre incise, tutte testimonianze che spaziano dall’età del bronzo a quella del ferro e riconosciute dai membri della Sovrintendenza ai beni archeologici dell’Emilia Romagna.

Ad ognuna di queste numerose cavità riportate alla luce dopo millenni di oblio, il nostro appassionato scopritore ha assegnato un nome.

Una delle prime rinvenute è la Grotta della Goccia che mostra all’interno gradini scavati nella roccia, degradanti verso una potenziale necropoli e due piccoli gruppi di selce. Qui nel corso di un ulteriore sopralluogo con la dottoressa Piera Saronio è stato rilevato dalla stessa anche un frammento di ceramica protostorica, riportato in superficie in seguito al dilavamento del suolo dopo un forte temporale. Altre testimonianze incise nella roccia sono state rinvenute nella Grotta Nera. Sul fondo della spelonca, in un alveolo naturale si trova un bellissimo giaciglio ricavato a scalpello con intagli profondi a lisca di pesce nella parte frontale. Alla sua sinistra, un alveolo è stato trasformato in un forno da cottura con a fianco un focolare ove sono visibili i fori per inserire i sostegni del pentolame. E davanti all’ingresso un ignoto scalpellino ha segnato nella roccia dei piccoli gradini. Ancora più interessanti sono state le scoperte avvenute sulle due grotte sovrastanti la Grotta Nera con parecchi frammenti di ceramica ad impasto di una ciotola protostorica.

Altra esaltante scoperta è stata, dopo aver superato non senza gravi difficoltà una complessa parete rocciosa, il rinvenimento di un’enorme opera a gradoni scolpita nell’arenaria e affacciata sul vuoto, volta verso il Monte Aldone, il rilievo più alto della valle. Qui l’uomo preistorico ha costruito il suo altare sacrificale formato da cinque gradoni lavorati a lisca di pesce come i rilievi della Grotta Nera. Sul primo restano ancora ben visibili le incisioni dell’antico scalpellino, mentre al centro degli ultimi due sono presenti due grossi e profondi fori nella solita forma tondeggiante, allo scopo di una palificazione.

Ma le ricerche del nostro appassionato, ben descritte nel suo volume “La scoperta delle grotte di Rocca d’Olgisio”, non si sono limitate alle zone impervie e rocciose, ma hanno spaziato anche in zone di pianura e lungo il corso dei piccoli fiumi che scorrono nel territorio, il Tidone, il Chiarone e il Tinello, con il ritrovamento di pietre che riportano fossilizzati i segni di vite antiche.

Nel territorio di Pecorara, in una zona caratterizzata da prati verdi e dorate distese di campi di grano, il nostro indefesso ricercatore ha rinvenuto le tracce di un sito risalente al Paleolitico e poco più lontano ha individuato un affioramento di materiali risalenti al Neolitico. Purtroppo molti di quei resti sono stati cancellati da successive costruzioni avvenute ai tempi nostri. Tra i rinvenimenti di questo territorio, oltre a aver riportato alla luce un tratto di strada lastricata altomedievale che collega Rocca d’Olgisio con la Val Trebbia c’è da segnalare il ritrovamento, in località di Rocca Pulzana, di un grande megalite presente al centro di alcuni insediamenti preistorici. Questo presunto dolmen misura un’altezza di 2 metri e 80 centimetri, una lunghezza di un metro e 80 centimetri e uno spessore di oltre 70 centimetri.

Tutti questi reperti e tanti altri ancora sono tutti dovuti all’indefessa passione di un ricercatore amatoriale che accosta alle sue escursioni anche presentazioni di interessanti mostre ed organizza escursioni e visite presso le grotte, desideroso che anche i più giovani possano venire a contatto con i segni di un importante passato, unico nel suo genere, che ha caratterizzato questa parte tanto bella dei colli piacentini.

di Giovanna Turchi Vismara

Show More

Related Articles

Back to top button
Close