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S.O.S. caldo, l’ecosistema del Mediterraneo è a rischio.

Scompaiono coralli e molluschi e per pescare occorre andare sempre più al largo Le ondate di calore e l’aumento delle temperature creano gravi squilibri all’ecosistema marino, riducendone la biodiversità. Dal 1 al 4 Luglio, a Genova, Slow Fish per discutere di educazione, responsabilità e consigli.

Il Mar Mediterraneo, al largo del Peloponneso, supera i cinquemila metri di profondità. Uno spazio immenso e misterioso, in gran parte sconosciuto.

Un tema caro a Slow Fish, manifestazione organizzata da Slow Food e Regione Liguria che coinvolgerà da giovedì 1 a domenica 4 luglio i visitatori del centro storico di Genova in incontri, percorsi di educazione, degustazioni e consigli per acquisti consapevoli. Tutto il programma è su www.slowfish.it

«Dell’ambiente pelagico, cioè la zona di mare aperto, sappiamo poco o nulla» ammette Maurizio Würtz, professore emerito presso il Dipartimento di biologia dell’Università degli Studi di Genova nei corsi di anatomia comparata, cetologia e monitoraggio dei cetacei, museografia naturalistica ed ecologia applicata.

«Del mare, infatti, conosciamo i primi cinquanta metri di profondità, sappiamo qualcosa del fondale della parte costiera, ma resta un grande punto interrogativo sulle biomasse animale e vegetale e sullo spostamento delle colonne d’acqua alla profondità tra i 50 e i 5000 metri. Ciò che sappiamo – aggiunge Würtz – è che il Mediterraneo è una macchina termoalina, funziona cioè in base alla sua temperatura e alla salinità». Per quanto riguarda la temperatura, l’acqua del Mediterraneo non scende mai sotto i 12 gradi, un caso pressoché unico dovuto alla scarsa profondità (300 metri appena) dello Stretto di Gibilterra che lo separa dall’Oceano Atlantico, che è invece decisamente più freddo. «Questa caratteristica fa sì che, nel Mediterraneo e in particolare nel Mar Ligure, avvenga frequentemente il rimescolamento delle acque profonde e di quelle di superficie che subiscono invece il raffreddamento causato dal vento – spiega il professor Würtz -. Questo rimescolamento consente di “concimare” gli strati superficiali e quindi di generare condizioni favorevoli» all’intera catena alimentare.

«Negli ultimi venti o trent’anni, le acque nei pressi delle coste del Mar Ligure hanno fatto registrare un aumento di temperatura pari a uno o due gradi centigradi» spiega Federico Betti. «Detto così sembra un dato quasi trascurabile, ma in realtà gli ecosistemi marini sono cambiati completamente e gli effetti in mare sono molto gravi. Da oltre vent’anni assistiamo a periodiche morie di massa – prosegue Betti -, le più gravi delle quali sono state nel 1999 e nel 2003. Le ondate di caldo forte e prolungato hanno colpito gli organismi del fondo come ad esempio le gorgonie, che sono coralli molto grandi e importanti perché ospitano molti pesci nelle fasi giovanili, ma anche spugne, molluschi come l’arca di Noè, e recentemente anche la pinna nobilis, un mollusco endemico del Mediterraneo, è a rischio estinzione per via di un’infezione da parte di un protozoo favorito, presumibilmente, proprio dall’aumento delle temperature delle acque».

Fenomeni di questo genere, che avvengono sott’acqua e perciò pressoché sconosciuti al grande pubblico, hanno gravi conseguenze: «Assistiamo alla cosiddetta omogeneizzazione del fondale – prosegue Betti – e significa che nei nostri mari vivono sempre meno specie arborescenti e spugne: una riduzione della biodiversità che causa squilibri ecosistemici e innesca interazioni tra organismi differenti da quelle consuete». In altre parole, l’ecosistema si semplifica: «Quando accade non è mai un segnale positivo, perché significa che l’ambiente è meno resiliente e meno resistente, quindi più fragile».

L’aumento della temperatura dell’acqua marina, tuttavia, rischia di spezzare questo delicato equilibrio: «La preoccupazione – prosegue Würtz – è che gli strati superficiali si riscaldino al punto da bloccare i flussi verticali delle masse d’acqua, e che pertanto non si crei quel rimescolamento con le acqua profonde che assicura il ripopolamento e rende possibile la pesca di grandi predatori come i tonni».

Che fare, dunque? Se da un lato occorre mitigare gli effetti del cambiamento climatico, dall’altro è indispensabile che la politica si impegni per «salvaguardare la funzionalità ecologica e i processi che rendono il Mediterraneo un mare ricco di biodiversità, pur essendo ridotto come superficie rispetto ai grandi oceani» conclude Würtz.

Fino a poco tempo fa, a riva si trovavano i frutti di mare, i muscoli, le patelle e persino le ostriche, mentre oggi le scogliere si stanno desertificando. Per pescare occorre andare sempre più lontano dalla costa ligure, raggiungere le aree in cui la temperatura è più bassa e dove i pesci trovano le condizioni migliori per vivere. Qualche esempio? «La triglia bianca viveva tra i 20 e i 40 metri dalla costa, mentre adesso la peschiamo oltre i 70. Il pesce prete lo trovavamo dai 20 ai 25 metri, mentre ora sta tra i 35 e i 70. La razza? Si è allontanata dai 25-30 metri di un tempo fino ai 40-60 di oggi. Il gambero rosa, per il quale ci spingevamo fino ai 200 metri, oggi lo peschiamo intorno ai 300-400. E il gambero rosso si è allontanato ancor di più: se un tempo si trovava a 400-500 metri, oggi occorre andare anche oltre ai 700.

REDAZIONE

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