Economia

Anche le mance finiscono nel mirino del fisco.

Tanto ha statuito l'ordinanza n. 26512/2021 della Corte di Cassazione, Sezione tributaria, richiamando la nozione onnicomprensiva di reddito fissata dal Tuir (art. 51, co.1) del Dpr n. 917/1986, per cui sono "soggette a tassazione".

La mancia è un atto di liberalità elargìto in denaro a chi ha reso un servizio, che si somma al compenso/stipendio percepito. Un gesto dalle origini cavalleresche e l’etimologìa francese manche, ovvero manica.

Pare, infatti, che durante le “singolar tenzoni”, le dame usassero donare una delle proprie maniche del vestito al cavaliere preferito: un pegno d’amore, un dono che, nel tempo, si è trasformato in atto di liberalità e di gentilezza nei confronti di chi ci rende un servizio “in aggiunta a quello dovuto”.

Ecco, da oggi il fisco potrà “liberamente” tassare quella piccola quota di compenso aggiuntivo del dipendente perchè, secondo la Corte di Cassazione, costituisce reddito, dunque, è, per legge, tassabile.

Tanto si evince dall’ordinanza n. 26512 della Suprema Corte che, nel richiamare la nozione “onnicomprensiva” del reddito fissata dal Tuir (art. 51, co. 1), ha accolto il ricorso dell’agenzia delle Entrate contro il direttore di un Hotel, ribaltando completamente la decisione della Commissione tributaria regionale di Sassari, che invece aveva considerato non tassabili le somme percepite a titolo di mance, nella fattispecie, €. 83.650 per l’anno 2007, dal capo ricevimento di un resort di lusso in Sardegna.

Ai sensi dell’art. 51 del TUIR (nel testo in vigore dal primo gennaio 2004 al 2008), la C.T.R. aveva ritenuto dette somme fuori dal reddito da lavoro dipendente, “stante la natura aleatoria ed in quanto percepita direttamente dai clienti senza alcuna relazione con il datore di lavoro”.

Avverso tale decisione, il Fisco ha adìto la Suprema Corte di Cassazione eccependo l’illegittimità della decisione, sul presupposto che le somme de quasono state comunque percepite dal contribuente in relazione al rapporto di lavoro, per cui rientrano pienamente nella nozione di lavoro dipendente introdotta con la riforma del Dlgs n. 314 del 1997, in sostituzione del precedente art. 48 del Tuir, che sottolinea la natura onnicomprensiva del reddito da lavoro dipendente non più limitato al salario percepito dal datore di lavoro“.

La Suprema Corte ha condiviso ed accolto dette motivazioni sul presupposto che “l’onnicomprensività del concetto di reddito di lavoro dipendente giustifica la totale imponibilità di tutto ciò che il dipendente riceve, anche, quindi, come nel caso in esame, non direttamente dal datore di lavoro, ma sulla cui percezione il dipendente può fare, per sua comune esperienza, ragionevole, se non certo affidamento“.

Tanto perchè l’attuale art. 51, co.1 Tuir, giusta riforma post 2004, prevede espressamente che «il reddito di lavoro dipendente è costituito da tutte le somme ed i valori in genere a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro».

II “nesso di derivazione” delle somme collegate al rapporto di lavoro ne giustifica “la totale imponibilità, salvo le esclusioni (e/o deroghe) espressamente previste”.

In tale ottica, la “nozione (di reddito) è diversa e più ampia di quella di retribuzione” ricomprendendo “non solo tutto quanto può essere concettualmente inquadrato nella nozione di retribuzione, ma anche tutti quegli altri introiti del lavoratore subordinato, in denaro o natura, che si legano casualmente con il rapporto di lavoro (ovvero, da esso derivante), nel senso che l’esistenza del rapporto di lavoro costituisce il necessario presupposto per la loro percezione da parte del lavoratore subordinato“.

Mala tempora currunt….

In copertina, credit Gerd Altmann-Pixabay

a cura di redazione

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