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Vino italiano, il 2021 produrrà un fatturato complessivo di 11 miliardi di euro (+9% rispetto al 2020)

Uno studio dettagliato della Rome Business School rivela la solidità del settore vitivinicolo italiano, confermandosi il maggior produttore al mondo (18%)

Rome Business School, la business school a maggior presenza internazionale in Italia e parte del network Formación y Universidades creato nel 2003 da De Agostini e dal Gruppo Planeta, ha pubblicato lo studio: “L’Italia del vino: analisi di un mercato in piena espansione”. A curarlo sono Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca della Rome Business School e Camilla Carrega, Direttore del Master in Tourism and Hospitality Management e del Master in Food and Beverage Management. La ricerca mette in evidenza come nonostante le difficoltà della pandemia il mercato del vino italiano sia in forte crescita sia a livello locale che all’estero.

In Italia, l’agroalimentare non è soltanto un’industria, ma un vero e proprio marchio riconosciuto ed appezzato in tutto il mondo. Un settore che secondo le previsioni per il 2021 produrrà un fatturato complessivo di 11 miliardi di euro (+9% rispetto al 2020, ma ancora distante dagli 13 miliardi registrati nel 2019) e si mantiene in forte espansione attirando l’attenzione dei giovani, dei nuovi produttori e del mercato internazionale.

La ricerca evidenzia come l’Italia si conferma leader mondiale davanti a Spagna e Francia nonostante le difficoltà dovute alla pandemia. Questo primato è consolidato dalle 602 varietà iscritte al registro viti, contro circa la metà dei cugini francesi, con le bottiglie “made in Italy” destinate per circa il 70% a DOC, DOCG e IGT: nel nostro Paese sono riconosciuti infatti 332 vini a denominazione di origine controllata, 76 vini a denominazione di origine controllata e garantita e 118 vini a indicazione geografica tipica.

Già dal 2019 il Belpaese era il primo nelle esportazioni a volume, che avevano raggiunto i 21,6 milioni di ettolitri di vino (+10%) contro i 21,4 milioni della Spagna. Nonostante la crisi, nel 2020 i danni sono stati contenuti, e nel 2021 è iniziato il periodo di rilancio: il settore del vino si conferma un componente importante dell’economia italiana e mostra uno statato di salute positivo. L’anno in corso porterà un riassorbimento quasi completo del fatturato del settore del vino italiano, che nel 2020 ha perso il 4,1% ma è dato in crescita del 3,5% nell’anno in corso.

I trend di consumo vedono una diminuzione degli acquisti nei negozi fisici e nella grande distribuzione organizzata (dal 58% degli italiani si è passato al 52%) e un boom dell’online. I dati del mercato digitale sono chiari: +74,9% le vendite sui portali web di proprietà delle cantine e delle società del mondo enologico, +435% per le piattaforme online specializzate, +747% l’incremento nei marketplace generalisti.

A livello globale, da diversi anni stiamo assistendo ad una crescita del mercato enoico tanto che si prevede di toccare il valore di 207 miliari di dollari entro il 2022. Secondo i dati però, si evince che il business del vino è ancora concentrato in pochi mercati. Sono solo dieci i Paesi in cui convergono oltre la metà del mercato delle cantine di tutto il mondo: al primo posto gli Stati Uniti con un giro d’affari di 32 miliardi di dollari, seguiti dalla Cina, dove il mercato enoico ha fruttato nell’ultimo anno ben 24 miliardi di dollari. Nell’ultimo gradino del podio, al terzo posto, c’è la Francia, con un valore di 14,4 miliardi di dollari. L’Italia è solo quinta, con circa 11 miliardi di dollari.

Il vino italiano all’estero

Le esportazioni italiane di vini e bevande alcoliche sono aumentate +16% nel primo semestre dell’anno e valgono il 30% delle nostre vendite di alimenti e bevande oltreconfine (7,8 miliardi di euro nel 2020). Secondo lo studio, crescono gli Stati Uniti (+2%) e la Germania (+3,1%), consolidando la presenza nazionale nei due principali mercati di riferimento. Danno ottime risposte anche la Cina, che prevede un +6,3% nel biennio 2021-2022, e un mercato sorprendente come il Vietnam +9,6%, ma diminuisce l’export verso il Regno Unito (-1,9%) e la Svizzera (0,8%).

Il Veneto, primo produttore di vino italiano (un quinto del totale), grazie al Prosecco e ai prodotti ad esso legati traina con oltre un terzo del totale la quota dell’export. Anche se la pandemia ha diminuito i numeri, l’Italia resta forte in paragone alla Francia: le esportazioni di spumanti italiani sono calati del 6,4% rispetto al 2019, un dato non tragico se lo si confronta con lo Champagne, che ha segnato un calo del 20% nel 2020. Nel caso dei prodotti italiani, diversi da quelli francesi, bisogna considerare un fattore di non poca importanza: l’utilizzo della bollicina negli aperitivi (liscia e miscelata).

Il consumo interno

Con il cambiamento delle abitudini provocato dalla pandemia, è cambiato anche il consumo del vino: il vino fermo cresce al pari dei vini spumanti, con un 7,4% e 8,1% rispettivamente, e il vino rosso tanto quanto il bianco, privilegiando le categorie di alta qualità (+8) rispetto ai prodotti di basso livello (+3%).

Il tendenziale calo dei consumi interni, parallelamente al deciso aumento della domanda statunitense, ha fatto scivolare l’Italia al terzo posto tra i Paesi consumatori. Si beve meno, infatti, – il 26% di volumi ridotti rispetto a vent’anni fa – ma lo fanno praticamente tutti e in modo più responsabile: la media è di 2-4 bicchieri a settimana, consumati soprattutto in casa (67%) essendo i millennials quelli con un tasso di penetrazione più elevato (+84%).

Il Lambrusco resta il vino più popolare d’Italia, primo in termini di volumi, seguito dal Chianti. Nell’ambito dei vini bianchi e le bollicine, il più venduto resta il Franciacorta, seguito da Pinot, Chardonnay e Vermentino Sardo. Lo studio evidenza anche la crescita dei “vini emergenti”, dove è in prima posizione il Lugana, seguito dal Primitivo di Manduria e la Passerina.

Il boom dei vini bio e dei vignaioli under 25

La pandemia ha portato i consumatori a interessarsi di più nella qualità del vino, il cui ha portato ad un boom dei vini biologici. In Europa, l’8,5% dei terreni è destinato a questa coltura e in Italia la leadership resta nelle mani della Sicilia, che rappresenta il 34% della superficie vitata del paese. Possono fregiarsi del logo bio solo i produttori che utilizzano solamente uve coltivate con metodi di agricoltura biologici ed effettuano la vinificazione utilizzando solo i prodotti enologici ed evitano l’aggiunta di sostanze chimiche usate abitualmente per correggere il vino.

A seguire questa linea di sostenibilità sono i giovani. Negli ultimi anni, l’Italia ha assistito ad “ritorno alla vigna” da parte di giovani produttori under 25, con un aumento record del 38% nel 2018. L’elemento che caratterizza maggiormente la nuova stagione del vino italiano è l’attenzione verso la sostenibilità ambientale, le politiche di marketing, anche attraverso l’utilizzo dei social, e il rapporto con i consumatori. Oggi, si offrono più percorsi di studio legato al mondo dell’enologia e sono circa 100 mila le aziende guidate da giovani under 35 (25% donne), dimostrando che è un settore di grande interesse per le nuove generazioni.

Degustazioni ai tempi di covid

Per reagire alla pandemia alcuni viticoltori e consorzi hanno iniziato a proporre esperienze B2B di degustazione digitali che includevano riunioni virtuali con giornalisti e specialisti o il “digital tasting”, dove prima si inviano i campioni e successivamente si organizzano da remoto i momenti di presentazione dei vini. Altri si sono rivolti direttamente ai consumatori offrendo tutorial e webinar in cui i vignaioli accompagnano alla scoperta dei loro vini, video divulgativi sui social con approfondimenti e consigli sui possibili abbinamenti, e-mail newsletter curate da sommelier e wine ambassador, e altro ancora. Queste iniziative e il rallentamento delle misure restrittive nel corso dell’anno hanno in un modo compensato la flessione del -9% del 2020 con un «rimbalzo» nel 2021 del +7% del settore.

I consumatori del futuro

A livello mondiale, nel 2022 la Cina dovrebbe raggiungere il secondo posto dopo gli USA e davanti alla Francia e la Germania, mentre il Regno Unito andrebbe a superare l’Italia collocandosi al quinto posto. USA, Francia e Germania deterranno i primi tre posti per il consumo di fine wine, ma il Canada supererà di poco l’Italia al quarto posto, almeno in termini di valore. Importante, infine, il contributo alla crescita dei consumi dell’Africa e dell’insieme dei mercati minori.

La ricerca conclude sottolineando l’urgenza di sviluppare un’idea organica ed articolata del settore vitivinicolo italiano per i prossimi 10 anni, tenendo anche conto delle nuove tendenze accelerate dalla pandemia, nella quale i diversi modelli vitivinicoli contribuiscono, dove appropriato, alla valorizzazione delle risorse umane e fisiche esistenti con un’attenzione sempre più elevata alla sostenibilità, intesa nei suoi diversi aspetti (ambientale, economico e sociale). Sarà quindi necessario predisporre strategie di sostegno efficaci – di natura regolamentare e di spesa – mirate a cogliere le opportunità dei diversi territori, sostenendo così in modo adeguato alle circostanze i diversi modelli produttivi.

Redazione

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